TRULLI, PAJARE e LIAME, architettura rurale in pietra a secco
Scritto il | 8 marzo, 2010 | Nessun commento
L’arte di costruire solo con la pietra, senza cemento, senza legno e senza mattoni, è una conseguenza dell’ambiente salentino e della sua caratteristica paesaggistica principale e cioè l’abbondanza di pietra.
Non che il legno anticamente mancasse, dato che il Salento era ricoperto da boschi di lecci ma nelle distese pianeggianti la terra ha uno
spessore sottile, solo un lieve strato che poggia su una base rocciosa di calcare o di tufo.
La terra diventa perciò preziosa, viene arata e smossa con regolarità, ogni sasso viene rimosso e le pietre che si tolgono dai campi vengono accumulate ai bordi, è tutto materiale pronto per fare i muri a secco, le pajare, le liame e i trulli.
Sono costruzioni funzionali al lavoro nei campi: depositi per i prodotti agricoli, o per gli attrezzi, ricoveri per gli animali, o abitazioni nei periodi di lavoro nei campi o di raccolta.
Anche i tetti sono di pietra, la forma non è né una cupola né una volta, ma un espediente architettonico semplice e ingegnoso: le pietre
ben sagomate sono disposte a formare un cerchio e uno sull’altro vengono posti cerchi sempre più piccoli fino a chiudere il foro centrale in cima con una pietra di chiave e all’interno delle costruzioni rurali anche una mensola si fa più facilmente con una lastra di pietra che con un’asse di legno.
D’altra parte tufo e calcare sono pietre dolci e morbide, si tagliano e si squadrano senza troppa fatica, ed è facile ricavarne conci con le facce giustamente inclinate, da accostarsi assieme per farne archi e volte.
Queste costruzioni che incontriamo ovunque sono uguali in qualsiasi epoca siano state realizzate, un’architettura spontanea tramandata dai tempi antichi, una tecnica che sembrava persa, ma che ora per fortuna si cerca di recuperare come un bene prezioso.
Monica
I MONACI BASILIANI IN FUGA VERSO IL SALENTO
Scritto il | 8 marzo, 2010 | Nessun commento
Molto spesso nei centri abitati dai tempi antichi, nei luoghi più riparati dove nascondersi e ancora nei punti da cui poter dominare il mare e quindi avvistare eventuali assalitori, ci imbattiamo in resti di costruzioni, generalmente ipogee, o in grotte naturali sfruttate in vario modo, scopriamo poi che sono generalmente testimonianze della presenza dei Monaci Basiliani che per lungo tempo si sono rifugiati in queste terre. Ho pensato così che poteva essere interessante dare qualche semplice notizia e collocare nella storia queste testimonianze.
I Monaci Basiliani appartengono a un’ordine ispirato alla dottrina di San Basilio e da lui fondato; di origini egiziane, palestinesi, siriane e turche, sappiamo che abitavano regioni desertiche del mediterraneo orientale come la penisola del Sinai o l’ altopiano roccioso della Cappadocia; questi antichi monaci cristiani vivevano asceticamente in grotte od anfrati naturali e quando giunsero numerosi in Puglia, trovarono caratteristiche morfologico-naturali simili a quelle che avevano lasciato: una terra fatta di grotte, gravine, formazioni carsiche, un terreno che spesso si prestava ad essere facilmente scavato.
Nel 726 dC l’imperatore bizantino di Costantinopoli Leone III , capo della Chiesa orientale, emanò un editto con il quale ordinava la distruzione di tutte le immagini sacre e delle icone presenti in tutte le province dell’Impero che rappresentassero Dio, la Madonna o i Santi.
Furono fatti a pezzi e bruciati i mosaici, gli affreschi, le statue e le icone, ma non solo le opere d’arte, anche molti monaci vennero uccisi nel tentativo di mettere in salvo le loro immagini sacre, il motivo ufficiale del provvedimento era quello di combattere il commercio delle immagini ritenute superstizione e idolatria, ma le finalità erano senza dubbio politiche.
Questa lotta fu chiamata lotta iconoclasta (da eikon immagine e klazein distruggere), Leone III fu scomunicato dal Papa, ma continuò nel suo folle e feroce piano e lo stesso fecero i suoi successori, provocando la fuga di migliaia di monaci, molti dei quali giunsero in Salento e trovarono dimora in rifugi naturali: le laure basiliane, all’ingresso delle quali c’era sempre un’immagine della Madonna detta Vergine
Portinaia destinata a custodire i rifugi nei quali i monaci continuarono a praticare il loro culto.
I primi rifugi erano piccole grotte scavate nella roccia friabile con l’ingresso dall’alto attraverso un buco; all’interno c’era il giaciglio, per riposare e la cripta, generalmente con la parete affrescata e destinata alla celebrazione della messa.
I paesi del Capo di Leuca facevano parte dell’impero bizantino e furono il primo approdo per i fuggiaschi perché erano i primi ad essere avvistati dalle navi, sono rimaste molte tracce della loro presenza anche se sono passati ben dieci secoli.
Intorno alla metà dell’800 terminarono le persecuzioni iconoclaste e i monaci poterono abbandonare i loro primi rifugi e iniziare a costruire chiese e monasteri che divennero in poco tempo importanti centri culturali e sociali essendo loro monaci molto colti, che sapevano leggere e scrivere, cosa rarissima in quelle epoche. Si occuparono dell’istruzione di adulti e bambini, insegnarono i mestieri della pesca e dell’agricoltura, dissodarono i terreni e resero fertili le zone paludose che venivano poi affidate alla gente del posto per la coltivazione.
Tra l’altro furono loro ad incrementare la coltivazione dell’olivo e ad importare varie colture nel Salento come la quercia Vallonea dalle cui grosse ghiande ricavavano anche una farina per il pane, il gelso, il carrubo, il pino d’Aleppo. Si ritiene che fu grazie alla loro opera che l’agricoltura progredì notevolmente.
Monica
MACURANO E LE SUE GROTTE NELLA STORIA
Scritto il | 6 marzo, 2010 | Nessun commento
Macurano è sempre stato un importante crocevia tra Alessano, Montesardo, Corsano e il mare, un luogo di scambio e di commercio, lo prova l’esistenza di ben tre masserie di cui una fortificata, un antico insediamento rupestre fatto di grotte sia naturali che scavate nel calcare e i resti di una serie di costruzioni che fanno parte dei numerosi esempi di architettura rurale presenti in questo territorio, si trova ai piedi della collina di Montesardo che con il suo castello costruito sulla cima è il borgo più alto sul livello del mare del Capo di Leuca.
Una passeggiata che consiglio di fare assolutamente, poco distante dal centro storico di Alessano e a due passi dal cimitero in cui è sepolto Don Tonino Bello (diventato meta di turismo religioso), Macurano è un luogo molto bello che domina sulla fertile valle sottostante.
La parte che io trovo più interessante è quella che comprende il villaggio rupestre: una serie di grotte, costruzioni di vario tipo, cisterne per la raccolta dell’acqua, un sistema di canalizzazione per raccogliere l’acqua che scendeva da Montesardo e in parte visibile, un frantoio con le vasche di raccolta in una grotta più ampia, grotte più piccole dove presumibilmente alloggiavano gli animali, viottoli, scalette e vie più larghe con antiche tracce di carri, un vero e proprio centro abitato ben organizzato.
Come al solito sono pochi gli studi compiuti; si ritiene che la sua origine risalga all’arrivo dei Monaci Basiliani, in fuga dall’Oriente in seguito all’editto del 726 dell’imperatore Bizantino Leone III e costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Spesso scavavano nella roccia più friabile costruendo luoghi di vita e di culto in cripte, grotte o laure, ma è difficile pensare che Macurano non fosse un’area già abitata da epoche più lontane.
Sicuramente l’economia si basava sull’agricoltura, data la fertilissima piana sottostante e l’abbondanza di acqua, e sull’olio di oliva, data la presenza dei frantoi.
E come sempre la parola alle immagini.
Monica
IL PARCO NATURALE DI PORTO SELVAGGIO
Scritto il | 5 marzo, 2010 | 1 Commento
Il Parco Naturale di Porto Selvaggio è un luogo straordinario: un’ampia area di natura incontaminata, pare donata alla Regione da un ricco possidente che mise nel testamento un vincolo secondo il quale la proprietà era legata alla salvaguardia integrale del luogo, fu così che nel 1980 una Legge Regionale sancì la nascita del Parco e la salvezza di una zona che altrimenti avrebbe subito l’attacco inevitabile del cemento.
Il Parco è meraviglioso, fra la Torre dell’Alto e la Torre di Uluzzo si stende un tratto di costa in cui si alternano spiaggette, piccole baie, tratti di scogliera alti fino a 40 mt, una pineta folta e profumata mescolata a macchia mediterranea e ulivi e che a tratti scende fino al mare, un’acqua blu intenso, sorgenti di acqua dolce e fredda che si riversano sotto la linea di costa.

All’interno vi sono ben tre località dichiarate Siti di Interesse Comunitario: la Torre Uluzzo, la Torre Inserraglio e la Palude del Capitano, e poi diverse aree di interesse storico, archeologico, paleontologico e paesaggistico con torri costiere e grotte emerse e sommerse. La Palude del Capitano ad esempio è una zona umida su un terreno carsico, con varie doline riempite di acqua salmastra chiamate spunnulate.
Fauna e flora sono varie e sorprendenti, l’uomo ha abitato qui da tempi lontanissimi e se ne trovano tracce come per esempio nella Grotta del Cavallo, nella baia di Uluzzo, dove sono stati rinvenuti manufatti del paleolitico, resti di grandi mammiferi (anche rinoceronti), oggetti decorati con graffiti. E poi le due torri che delimitano il territorio del parco, costruite quando queste terre erano razziate dai pirati.
Ma le parole non riescono a descrivere l’incanto e così vi mostro un po’ di foto scattate un paio di giorni fa durante una passeggiata……e pensare che non era nemmeno una bella giornata, le foto precedenti invece sono della scorsa estate.
Monica
L’ANTICA CITTA’ DI VERETO
Scritto il | 4 marzo, 2010 | Nessun commento
Tra i siti a torto considerati “minori” c’è una zona nei pressi del Comune di Patù, a pochi Km di distanza da Santa Maria di Leuca, un pianoro che si apre verso il Mar Ionio dove vi sono tantissime testimonianze archeologiche di stanziamenti umani fin da epoche antichissime.
Si tratta di Vereto, in un racconto di Erodoto si parla di un gruppo proveniente da Creta che navigando in direzione della Sicilia, fu investito da un tremendo fortunale, trascinato fuori rotta e mandato a naufragare sulla costa Ionica vicino a Santa Maria di Leuca.
A questo punto la colonia Cretese fu costretta a stabilirsi nella zona e fondò una serie di città tra cui la famosa Iria; in seguito questa popolazione prese il nome di Iapigi e poi Messapi e la città di Iria divenne in seguito Vereto.
Questa è la leggenda, quello che è invece sicuro è che questo insediamento divenne con il tempo via via sempre più famoso e importante, una città conosciuta in tutto il Mediterraneo; anzi più che di una città si può parlare di un comprensorio, cioè una vasta area che subiva l’influenza di un solido nucleo centrale, un’area che si estendeva sicuramente ad abbracciare l’intero Capo di Leuca.
Il panorama che si gode oggi dalla collina di Vereto fa capire come il centro della città lì costruita potesse dominare tutta la zona intorno, l’occhio arriva fino al faro di Santa Maria di Leuca e spazia su un gran numero di paesi che stanno nella piana sottostante.
L’importanza di questa città messapica è provata dal fatto che i pochi studi archeologici compiuti hanno evidenziato la presenza di una solidissima cinta muraria di oltre 4 Km.
Camminando nelle campagne se ne vedono i resti, imponenti e spessi tratti di mura, in alcuni punti costituite da megaliti, semisepolti dalla vegetazione o inglobati nelle costruzioni rurali costruite in seguito, sono scorci affascinanti che meriterebbero di essere valorizzati.
Così come meriterebbe di essere oggetto di studio approfondito tutta l’area, i contadini arando continuano a rinvenire cocci e reperti di vario tipo, in passato alcuni oggetti sono stati trovati e ora conservati nel Museo Castromediano a Lecce, mentre tantissimi altri (vasi, olle, lucerne, capitelli) sono finiti nelle mani dei privati.
Nei paesi attorno è spesso capitato che venissero casualmente rinvenuti reperti riconducibili all’epoca Messapica: come a Montesardo dove resti di mura e oggetti sono apparsi durante alcuni lavori edili, oppure a Morciano di Leuca dove ci sono una serie di granai nel centro del paese e un imponente muraglia alla periferia, trovata durante la costruzione di una strada e risepolta immediatamente in attesa di studi più approfonditi, o ancora a Leuca nella grotta Porcinara, vicino alla Masseria del Fano nel comune di Presicce, dove un sito di estrema importanza (pare un villaggio) è stato aperto e risepolto in diverse occasioni da parte di equipe di studio di un’università australiana
.A qualche Km di distanza, nella baia di San Gregorio fu costruito il porto, se ne vedono i resti a pochi metri di profondità, mentre a terra si vedono i resti della scalinata messapica che scendeva al molo, una scalinata costituita da massi enormi e regolari.
Il cuore dell’antica città invece si pensa fosse nel punto più elevato della collina, lì dove oggi sorge la chiesetta della Madonna di Vereto, il punto più elevato della collina.
Nel III secolo a.C., il Salento venne conquistato dai Romani, Vereto diventò Veretum e diventò municipio; prova ne è un cippo di marmo conservato a patù nella chiesa di S. Giovanni Battista su cui è incisa un’iscrizione latina che testimonia l’esistenza del municipio, una pietra datata I-II secolo.
FEBBRAIO IN SALENTO
Scritto il | 26 febbraio, 2010 | 1 Commento
Oggi finalmente una splendida giornata di sole dopo tre giorni di pioggia, sono andata a fare un giro e un po’ di foto che ora vi farò vedere. Signore e signori questo è febbraio:
LA LEGGENDA DELLA ZINZULUSA
Scritto il | 25 febbraio, 2010 | Nessun commento

Vi racconto una delle più belle e famose leggende salentine, la storia dell’origine della grotta della Zinzulusa.
Governava un tempo quei possedimenti un terribile uomo, un barone signore e padrone delle terre intorno a Castro, così malvagio e crudele da far morire la moglie di dolore mentre la giovane figlia conduceva una penosa vita di stenti, vestita di poveri stracci.
Un giorno una fata buona decise di porre fine a quell’ ingiustizia, prese il Barone e lo scaraventò nel profondo di una grotta sulla scogliera; là dove il malvagio sprofondò scaturirono le acque dell’inferno e si formò un laghetto; la figlia sposò il suo principe e i suoi stracci affidati al vento andarono a pietrificarsi sulle pareti della grotta.
I gamberetti che vivevano nella grotta, testimoni di questi terrificanti avvenimenti, persero la vista per sempre.
Ora la grotta si chiama “Zinzulusa” e zinzuli in dialetto sono gli stracci, le particolari formazioni calcaree che ‘pendono’ dal soffitto, il laghetto nella grotta si chiama Cocito e i poveri gamberetti sono ancora lì, si chiamano Typhlocaris salentino, animaletti lunghi circa 7 cm ciechi e senza pigmenti
La grotta è uno spettacolo nonostante l’afflusso turistico, è definita come uno dei maggiori fenomeni carsici
del Salento, si è formata nel Pliocene ad opera dell’erosione marina, e al suo interno enormi formazioni calcaree, stalattiti e stalagmiti che formano strane figure e anche colori che regalano alla Zinzolusa il suo incanto.
In una lettera inviata nel 1793 dal, vescovo di Castro, a re Ferdinando IV, il monsignor Del Duca descrive accuratamente la grotta e ipotizza che proprio lì fosse stato ospitato l’antico tempio di Minerva costruito da Idomeneo!
Durante la prima metà del novecento si studiò a fondo la grotta; sono stati rinvenuti numerosissimi resti e manufatti neolitici, paleolitici e di epoca romana, oggetti di vario tipo come lame, grattatoi, cocci di ceramica, manufatti in osso, selce ed ossidiana, testimonianza di una antica e regolare frequentazione della grotta da parte dell’uomo.
C’è però un’altra teoria riguardo l’origine del nome: secondo alcuni il nome Zinzulusa deriva da un nome arabo-greco di un albero un tempo molto diffuso in questo luogo: il giuggiolo (zinzinusa).
Ah dimenticavo pensate che ci sono ancora numerosi resti fossili nella grotta uccelli, bovini, felini, equidi, cervi, e addirittura rinoceronti, elefanti, orsi ed ippopotami.
Monica
I GECHI, PICCOLI DRAGHI NELLE NOSTRE CASE
Scritto il | 24 febbraio, 2010 | Nessun commento
Se passate qualche giorno in Salento non potete non imbattersi in qualcuno dei numerosi animaletti che abitano questo territorio e che ne fanno parte sicuramente da più tempo di noi.
Quello a me è più simpatico è il Geco (Geco comune o Tarentola mauritanica Linnaeus, 1758), un piccolo sauro che appartiene alla famiglia dei Gekkonidae, estremamente diffuso e molto comune in tutti i paesi dell’area Mediterranea, soprattutto nella fascia costiera.Gechi appartenenti alla stessa famiglia sono diffusi in tutto il mondo, sono imparentati con le lucertole e sono assolutamente innocui per l’uomo, anzi estremamente utili dato che si nutrono soprattutto di insetti estremamente fastidiosi: zanzare, mosche, falene, scarafaggi……….
Li potete trovare nelle pietraie, nelle cave, sui muretti a secco, nei cumuli di legna, ma soprattutto amano gli ambienti antropizzati e adorano le nostre case.
Le dimensioni sono medio-piccole, la lunghezza massima è di 16 cm compresa la
coda, la testa è grande rispetto al corpo, con il muso appuntito e grandi occhi rotondi, il corpo robusto, grassoccio e appiattito, con il dorso e la coda grigi, bruni o bruno-grigiastri, i colori cambiano intensità a seconda della luce permettendo così una certa dose di mimetismo. La pelle è ricoperta di tubercoli che gli conferiscono un aspetto “ruvido e spinoso” bisogna ammettere che sono francamente bruttini nonostante la loro simpatia, come dei preistorici coccodrilli bonsai.
I maschi sono più grandi e robusti delle femmine, i piccoli hanno le bande scure sulla coda più evidenti.
Sono animali agili e veloci, ottimi arrampicatori, individui territoriali cioè che delimitano il loro territorio con movimenti rituali e lo difendono dalle invasioni ingaggiando vere e proprie risse con i rivali.
Vi consiglio di passare un po’ di tempo ad osservarli, sono incredibili; si aggirano intorno alle luci artificiali sempre circondate da insetti notturni, sono in grado di rimanere completamente immobili a fissare la preda per lunghi minuti e alla fine scattano rapidissimi, a volte facendo grandi balzi da una parete all’altra e catturano le prede con la lingua vischiosa.
Ad aprile cominciano gli accoppiamenti ed i maschi emettono un suono simile ad un pigolio; verso che, in maniera più debole e rauca, usano anche quando sono spaventati.
Dopo l’accoppiamento le femmine depongono una o due uova che schiudono dopo un lungo periodo di quattro mesi.
In natura vengono predati da serpenti arboricoli e terricoli, da alcune specie di rapaci diurni e notturni, da alcuni mammiferi come il riccio, da alcune specie di mustelidi e purtroppo anche dall’uomo che accorre generalmente al grido di paura della sua signora e compie stragi di questo utilissimo, innocuo e secondo me anche simpatico animaletto.
Ricordate che in molte parti del mondo il geco è considerato un portafortuna e il suo simbolo è comunemente raffigurato su tessuti e oggetti. Anche qui in Salento i vecchi insegnano che trovare questi animali nelle case è un segno di buona sorte e prosperità.
Come tutte le lucertole, anche questa è in grado di praticare l’autotomia della coda, cioè riesce ad amputare volontariamente la parte terminale della coda per mezzo della contrazione di appositi muscoli. Questo meccanismo serve per distrarre o liberarsi dalle grinfie dei predatori, infatti in casa mia non c’è una di queste povere bestiole che riesca a conservare la coda, dato che i miei quattro gatti sono grandi cacciatori.
In molti laboratori gli scienziati hanno studiato l’incredibile capacità dei gechi di aderire ad ogni tipo di superficie. Le dita sono dei piccoli prodigi, sono munite di grandi cuscinetti che hanno sul lato inferiore una serie di lamelle longitudinali che permettono di aderire alle varie superfici. Mi pare di aver capito che le lamelle a loro volta sono costituite da setae:
“…..Sulle zampe dei gechi vi sono circa 14.100 setole per millimetro quadrato. Le setole si dividono in centinaia di diramazioni, le cui estremità sono larghe solo 0,2 micrometri, contro i 10 dei capelli umani. Per staccare la zampa il geco non deve fare fatica: basta cambiare l’inclinazione delle setole e la forza di adesione viene a mancare. Grazie a queste strutture straordinarie i gechi possono aderire al vetro smerigliato, su sostanze lisce a livello molecolare (come l’arseniuro di gallio), su sostanze idrofile e idrofobe, oltre che nel vuoto o sott’acqua. Se le zampe si sporcano bastano pochi passi sul vetro pulito affinché si puliscano. Curiosamente però le zampe del geco non aderiscono sulle superfici antiaderenti (teflon).
“…..Recenti studi sulle setae poste nella parte inferiore delle zampe, hanno dimostrato che le forze attrattive che tengono i gechi attaccati alle superfici sono interazioni di van der Waals tra le setae finemente divise e le stesse superfici. Il fatto che queste interazioni non coinvolgano liquidi né gas è fondamentale: in teoria uno stivale fatto di setae sintetiche potrebbe aderire alla superficie di una stazione spaziale come alla parete di una stanza qualsiasi.”
CURIOSITA’
I gechi sono i soli rettili nostrani dotati di una voce, emettono cioè un verso, che non è un sibilo
Alcune specie si riproducono per partenogenesi, le femmine cioè sono in grado di riprodursi senza accoppiarsi con il maschio.
Nel geco leopardo il sesso del nascituro viene determinato anche dalla temperatura, infatti basse e alte temperature d’incubazione fanno nascere femmine, mentre temperature medie producono maschi.
Pare che i ricercatori del Politecnico di Torino stiano mettendo a punto una tuta speciale, con scarpe e guanti resi adesivi grazie a una particolare colla fatta di «nanotubi» di carbonio; questi sarebbero in grado di aderire a qualunque superficie e di staccarsi con facilità. In pratica i nanotubi, dotati di piccolissimi uncini, si comporterebbero come una specie di velcro. Esattamente come succede a ragni e gechi, la cui capacità di muoversi su ogni superficie è stata oggetto di studio da parte di scienziati non solo italiani. L’equipe torinese ha pubblicato il suo lavoro anche sul «Journal of Physics» e ne ha annunciato la creazione entro il 2017. Stando alla spiegazione che gli scienziati hanno dato al «Times», i nanotubi combinerebbero l’azione di tre forze: la frizione, l’aderenza dovuta alle forze di Van der Waals (ovvero una debole forza che si traduce in un’attrazione fra molecole molto vicine) e l’aderenza capillare (visibile in un bicchiere di acqua quando il bordo del liquido viene tirato leggermente più in alto del resto).
Monica
ARRAMPICARE IN SALENTO, CLIMBING SUL MARE
Scritto il | 23 febbraio, 2010 | Nessun commento
Qualche tempo fa vennero a trovarmi una coppia di amici dal Friuli, montanari, gestori di un rifugio del CAI, lui guida alpina, lei grande arrampicatrice, alpinisti che hanno al loro attivo spedizioni sulle Ande, scalate di vulcani, spedizioni scentifiche in Groenlandia, dei veri avventurieri.
Sono venuti per trovare noi vecchi amici, per vedere finalmente dove eravamo venuti a vivere e pensando di godersi una settimana di assoluto riposo. Era il mese di aprile il sole caldo, l’acqua del mare per loro sorprendentemente già calda, e così fin dal primo giorno erano a Novaglie a nuotare e prendere il sole………e lì sono letteralmente impazziti. Quando hanno visto quelle meravigliose pareti rocciose a strapiombo sul mare hanno cominciato ad arrampicare e hanno passato una settimana senza fermarsi mai e divertendosi tantissimo.
Sono andata così a cercare notizie e ho trovato che questa zona è una specie di ultima frontiera per gli appassionati del settore. Le vie di arrampicata segnalate ufficialmente sono solo nella zona del Ciolo e ne parlano molto bene:
“bella falesia, incassata in un fiordo marino (mare splendido e grande panorama dalle soste…). Arrivati dalla litoranea sull’ardito ponte che scavalca il fiordo si parcheggia e si prende la scalinata che porta al mare (possibile presenza folla di bagnanti, delicato, a tratti umido, scarsa proteggibilità: TD+). Dalla caletta un evidente sentiero va verso l’interno del fiordo e i settori della falesia.
descrizione:
I settori sono due, che si incontrano in ordine salendo dal sentiero che parte dalla caletta: 1) Tetto Marino, in corrispondenza di una grande caverna; 2) il Paretone, più in alto nel fiordo, evidente placconata larga quasi 200 mt. e alta 50 mt. in media.
A sinistra del Tetto Marino c’è la via più facile della falesia (Ens Dick, 4b, divertente ma un po’ sporca) e altre due vie un po’ più difficili, mentre le vie che corrono lungo i tetti dentro la caverna hanno difficoltà dal 7a in su.
Sul Paretone, con roccia veramente ottima a tratti e grandi placche da aderenza, corrono 21 vie dal 5a+ fino al 7b (un paio sono di due tiri).”
Io però ho visto spesso arrampicare e soprattutto dalla finestra di casa quando vivevo sul mare alla Guardiola di Corsano, lì c’e una parete magica di una quarantina di metri su un piccolo fiordo di grande bellezza.
Ho trovato anche un video molto carino su you tube fatto da un gruppo di ragazzi che sono venuti ad arrampicare in questa zona, fa voglia a me che ho al massimo fatto qualche via ferrata in grande sicurezza da giovane, immagino quanto possa attrarre dei veri appassionati.
video: dove finisce la terra
Monica
MINESTRA DI FOGLIE DI ORTICA
Scritto il | 22 febbraio, 2010 | Nessun commento
Foglie di ortiche
cipolla
burro
farina bianca
latte bollente
sale, noce moscata e pepe
Rosolare pian piano nel burro la cipolla tritata, unire le foglie tagliuzzate e cucinare aggiungendo ogni tanto un pò di acqua.
Passare al passaverdure (o frullare) per ottenere omogeneità.
A parte rosolare la farina bianca nel burro, aggiungere il latte bollente poco alla volta e fare addensare. (circa un cucchiaio di farina per mezzo litro di latte)
Infine aggiungere il composto di ortica, mescolare bene e aggiungere sale, pepe e noce moscata.
Si serve con i crostini di pane strofinati con l’aglio e tostati






































