La Meta – Vacanze nel salento

Alla scoperta del magico mondo salentino

FRUTTI DEL SALENTO: IL CORBEZZOLO

Scritto il | 7 novembre, 2012 | Nessun commento

Al corbezzolo

O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;

e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
ché metti i fiori quando ogni altro al suolo
getta le foglie;

i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;

o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora
………………

Giovanni Pascoli

 

 

Giovanni Pascoli lo declama in un’ode, Plinio il Vecchio sostiene che sia completamente insapore, nel Risorgimento viene eletto a simbolo del tricolore grazie alla sua capacità di ospitare foglie verdi, fiori bianchi e frutti rossi contemporaneamente.

Certo è una pianta estremamente antica e affascinante, decisamente natalizia, dato che i piccoli frutti rossi maturano di solito a dicembre.

Il corbezzolo, Arbutus unedo, appartiene alla famiglia delle Ericaceae, diffuso in tutte le regioni a clima mediterraneo ma anche alle Canarie, in Marocco ed in Irlanda.

Si tratta di una pianta arbustiva sempreverde che può diventare un vero e proprio albero alto anche10 m.La corteccia è rossastra, le foglie ovali e oblunghe e i fiori di color biancastro a forma di piccola campanella (tipica delle ericaceae), uniti tra loro in grappoli dai quali si orginano i frutti l’anno sucessivo.; i frutti, invece, raggiungono dimensioni simili a quelle di una ciliegia e si presentano rossi o scarlatti

Il suo nome “arbutus unedo” deriverebbe probabilmente dal celtico. Infatti “ar” in celtico vuol dire “acerbo, astringente” mentre “unedo” è il nome che veniva usato nell’antichità che probabilmente deriverebbe dalle tre parole latine “unu tantum edo” “ne mangio uno soltanto” per indicare che non bisognava esagerare e cedere in tentazione perché i suoi frutti se mangiati in quantità eccessiva davano senso di nausea e stitichezza.

PROPRIETA’
Le proprietà del corbezzolo sono da ricercare soprattutto nelle foglie. I frutti, i fiori e le radici hanno anche loro proprietà curative anche se in maniera meno accentuata.
Le foglie contengono varie sostanze: derivati fenolici quali l’arbutoside o arbutina e la monotropeina, unedoside, asperuloside, geniposide, ecc; numerosi tannini; resine; steroli e gomme.

Il frutto contiene per circa il 10-20% zuccheri, pectine, arbutina, triterpeni, luppolo, vari steroli, pigmenti, flavonoidi, vitamine, ecc.

I suoi utilizzi a scopi terapeutici sono molteplici: astringente ed antidiarroico; antinfiammatoria nei confronti del fegato, delle vie biliari e di tutto l’apparato circolatorio; antispasmodico dell’apparato digerente e delle vie biliari; diuretico, antisettico e antinfiammatorio delle vie urinarie.

Le foglie e la corteccia, data la grande quantità di tannini che contengono vengono usate per la concia delle pelli.

Anche il miele di corbezzolo ha delle ottime proprietà infatti ha proprietà balsamiche, antispasmodiche, antisettiche e diuretiche.

PARTI UTILIZZATE DELLA PIANTA
Sono principalmente le foglie, quelle portate dai rami terminali più giovani e possono essere raccolta in qualunque periodo anche se d’estate presentano il massimo delle proprietà balsamiche.

I frutti vanno invece raccolti maturi, quindi a novembre-dicembre come le radici.

COME SI UTILIZZA IL CORBEZZOLO
Le foglie vanno essicate in ambienti bui e caldi e conservate in sacchetti di carta.
Il decotto della radice può essere usato nell’artesclerosi.
L’infuso delle foglie per le affezioni delle vie urinarie, dei reni, nei casi di febbre e diarrea e per tutte le altre indicazioni.

Il decotto di foglie come astringente usato come tonico sulla pelle.

AVVERTENZE SUL CORBEZZOLO
Con le foglie ed i frutti del corbezzolo non si deve eccedere perchè in quantità eccessive possono provocare stitichezza.

Ricette con i corbezzoli

Camminare in Salento: IL SENTIERO DELLE GROTTE CIPURIANE (CIPOLLIANE)

Scritto il | 29 ottobre, 2012 | 1 Commento

Un percorso recuperato da poco sul tracciato degli antichi tratturi che consentivano ad ardimentosi  contadini, coraggiosi contrabbandieri di sale e pescatori,  di spostarsi lungo la costa e trasportare prodotti e merci, a piedi o con gli asini.

Una passeggiata fantastica, un facile percorso che in poco meno di un ‘ora porta dal parcheggio di Porto Vecchio a Novaglie, direttamente al ponte del Ciolo.

Si cammina tra antichi muretti a secco,  pajare a strapiombo sul mare e perdendo lo sguardo sul panorama mozzafiato, ogni tanto il sentiero si biforca consentendo di scendere e di entrare in qualche grotta o di avvicinarsi un poco al mare.

DA FARE ASSOLUTAMENTE

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PRODOTTI DEL SALENTO: IL MELOGRANO E IL MITO

Scritto il | 26 ottobre, 2012 | Nessun commento

Il melograno è un arbusto spinoso appartenente alla famiglia delle punicacee. Il nome scientifico deriva dal latino punicum che significa Cartaginese poiché Plinio lo chiamava melo cartaginese.
In greco invece ha un nome bellissimo che significa “lo scorrere della forza dell’universo”

Punica granatum L. è una pianta antica originaria della Persia e dell’Afganistan che venne diffusa dai mercanti fenici ed è considerata uno dei più antichi frutti coltivati (con il melo cotogno e l’uva).

Gli usi fatti nell’antichità sono molteplici:
Veniva usato in polvere come medicinale o come tintura e i greci aggiungevano questa polvere ai loro vini rossi, mentre i romani ne seccavano la buccia per conciare le pelli.
I semi erano usati crudi o cotti in moltissimi piatti, come pure il  succo.
Apicio consigliava di immergerle in acqua bollente per pochi secondi e di appenderle per conservarle. Nella Bibbia si parla di “mosto di melagrana”, il che induce a credere che gli Ebrei ne ottenessero una bevanda fermentata.
Maometto in un verso del corano dice: “mangia melagrana in quanto purifica il corpo dalla gelosia e dall’odio”.
Delle sue proprietà terapeutiche hanno parlato Omero, Teofrasto, Dioscuro, Plinio e Ippocrate.

Ippocrate consigliava succo di melagrana come afrodisiaco e contro i bruciori dello stomaco.
Dioscuro e Plinio invece consigliavano una tisana a base di buccia e radice di melagrana per eliminare i parassiti dell’intestino e radici essiccate bollite come tisana per patologie ginecologiche.
Secondo la medicina persiana le tisane fatte con i fiori rossi del melograno curano i forti dolori dello stomaco ed il succo mescolato ad olio di oliva può far scomparire le macchie cutanee.
Per gli Egizi il succo ottenuto dai frutti acerbi era considerato un ottimo astringente.
Tutto questo per dimostrare che nelle diverse civiltà il melograno godeva di particolare riguardo.

Oggi sappiamo che la melagrana è ricca di vitamine A, C ed E, ferro, potassio, sostanze antiossidanti e polifenoli in grande concentrazione, oltre a carboidrati, proteine, fibre e acqua, zolfo, magnesio, calcio e fosforo.

  Ho fatto un po di ricerca e mi sono persa in una marea di riferimenti, leggende e racconti collegati al melograno.
L’albero con le sue spine, i fiori fantastici, i suoi frutti, tutto ha stimolato la fantasia dei popoli sin dalle epoche più antiche. Sappiamo che ne apprezzavano sia la bontà che le qualità alimentari e curative gli antichi Greci, i Romani, gli Egizi, i Cinesi, i Fenici, gli Arabi (che chiamarono la città spagnola di Granada in onore di questa pianta).

 

Sono tanti i significati attribuitigli:
Come “cibo dei morti” lo ritroviamo nell’antico Egitto, dove sono state rinvenute rappresentazioni di questa pianta in tombe di 2500 anni fa e lo troviamo nella leggenda che parla di Persefone condannata a rimanere nell’Ade per averne mangiato alcuni chicchi.
Come simbolo di fratellanza lo troviamo tra i simboli della massoneria.
Come simbolo della vita, dell’unione e dell’amicizia
Come simbolo di bellezza e amore appassionato:
Ma il significato più noto, risiede nei concetti di fertilità, fecondità, ricchezza e abbondanza.

A Roma si adornavano gli abiti nuziali con rami di melograno e un’antica leggenda vietnamita racconta che da un melograno nacquero cento bambini.

Nell’antica Grecia, la pianta era sacra a Giunone, sposa di Giove, e a Venere.
Secondo la tradizione il succo è il sangue del dio Dioniso e proprio in suo onore Afrodite lo piantò sulla terra.
Si credeva che la melagrana rendesse indissolubile l’unione matrimoniale ed ecco che Proserpina, figlia di Cerere e Zeus, restò eternamente legata a Plutone, suo rapitore, per averne mangiato dei chicchi.

persephone

Anche ai nostri giorni in Dalmazia, il novello sposo trasferisce una pianta di melograno dal giardino del suocero al suo, come augurio per una prole numerosa (sigh). Le spose turche invece scagliano a terra una melagrana matura alla fine della cerimonia, il numero dei chicchi sparsi indicherà quanti saranno i loro figli. Tra le popolazioni asiatiche la melagrana aperta è simbolo di abbondanza e buon augurio.
Di origine indiana è la credenza che il succo di questo frutto combatta la sterilità, in Cina, raffigura l’organo sessuale femminile.

Nel Cantico dei Cantici sono descritte la sposa amata e la fecondità della Terra Promessa tramite la metafora della melagrana. Secondo alcuni il pomo della discordia, non era una mela ma una melagrana.
Per la simbologia cristiana e cattolica, il melograno rappresenta l’energia vitale, espressione dell’abbondanza della vita, simboleggia l’unione di tutti i figli della Chiesa.
La sua simbologia è presente anche nella religione musulmana in cui i semi divengono le lacrime di Fatima.

Nelle opere d’arte la melagrana  è stata rappresentata fin dall’antichità.
I pittori del XV e XVI secolo dipingevano spesso una melagrana nella mano di Gesù Bambino o della Madonna (famosa quella del Botticelli) e per tutto il 1400 il disegno della melagrana ricorre nelle opere di Piero della Francesca, Donatello, Verrocchio, Michelozzo e Rossellino e sui più preziosi tessuti destinati alla corte.

particolare della Madonna del melograno - Botticelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sogno del melograno - Felice Casorati

Monica

SALENTO IN AUTUNNO: LA SALSA DI MELOGRANO

Scritto il | 24 ottobre, 2012 | Nessun commento

Non è certo una tipica preparazione Salentina, ma durante un fantastico viaggio in Turchia ho imparato ad apprezzare questa salsa densa e profumata da usare in diverse preparazioni, dalle insalate agli arrosti e il mio piccolo albero ha cominciato a produrre frutti in quantità.

Per prima cosa bisogna armarsi di tanta pazienza perché la preparazione è molto semplice ma lunga e tediosa, io lo affronto come fosse un’esercizio zen.

   Le melagrane rosse e mature vanno prima di tutto sgranate, separando con attenzione i chicchi dalle pellicine gialle che conferiscono amaro alla preparazione.

 

 

 

 

   Poi i chicchi vanno spremuti per ottenere il succo. Ho sempre usato uno schiacciapatate (le mani non ne sono contente) ora mi hanno suggerito di usare la centrifuga e con le prossime farò l’esperimento.

 

 

 

Il più è fatto! In una pentola di acciaio si misura il succo a bicchieri, per ogni bicchiere di succo un cucchiaio di zucchero e si bolle fino a che non si addensa.

In commercio la salsa è molto densa (ideale per condire le insalate), la mia la tengo un attimo più liquida e la uso solo per cucinare.

CONSERVARE LE OLIVE IN SALAMOIA

Scritto il | 22 ottobre, 2012 | 4 Commenti

Ho raccolto le olive da conservare nei barattoli, le ho raccolte da un albero che abbiamo a Novaglie nel cortile della casa di mare.
La qualità è buona, sono olive un po più grosse rispetto a quelle che usiamo per fare l’olio, diventano nere a maturazione completa, ma io le raccolgo quando sono ancora verdi e sane, al massimo con una leggera ombreggiatura scura sul fondo e sono sicura che la vicinanza con il mare e la salsedine conferisca loro un aroma in più.

Ho cercato e trovato parecchie ricette per il trattamento e la conservazione, ma alla fine ho deciso di farle come sempre, secondo il metodo che mi è stato insegnato a Corsano tanti anni fa.
Avete mai assaggiato un’oliva appena raccolta? Non fatelo mai, è una delle cose più amare che mi sia capitato di mettere in bocca.

Il primo problema è togliere l’amaro:  si eliminano quelle imperfette, si tolgono eventuali piccioli e si mettono in abbondante acqua a mollo per almeno 20 giorni, sostituendo l’acqua almeno una volta al giorno, meglio due.
(Alcuni le pungono con uno spillo ma non lo faccio perché temo che così diventino mollicce, le mie invece mantengono una meravigliosa consistenza)

A questo punto si mettono le olive nei vasetti precedentemente sterilizzati tramite bollitura e si coprono con una  salamoia ottenuta bollendo 100 gr di sale in un litro di acqua.

Dopo un altro mese si sostituisce con la salamoia definitiva, fatta bollendo 70 gr di sale in un litro di acqua.
Lasciare riposare per almeno un mese al buio.
Si può aromatizzare con alloro, semi di finocchio, rotelle di limone, pepe, nelle mie non metto nulla e sono meravigliose.
Se dopo qualche mese si forma una innocua pellicola bianca in superfice, niente paura basta rimuoverla con un cucchiaio

Più facile di così……

Monica

TESORI DEL SALENTO: OLIO DI OLIVA, ma guarda un pò

Scritto il | 19 ottobre, 2012 | Nessun commento

SECONDA PARTE

Voglio parlare dell’olio extravergine di oliva, di quello che ho imparato nel corso del tempo, della grande gioia che si prova nel poter condividere con gli amici questo tesoro.

Ho trovato un bellissimo articolo di Stefano Polacchi su Gambero Rosso dello scorso inverno che mi è piaciuto perché spiega esattamente e in modo davvero semplice  quello che cercavo di raccontare, lo userò come traccia per cercare di essere più chiara.

La prima regola per la produzione di un olio di qualità è che l’oliva meno si tocca e meglio è. Quindi le olive vanno raccolte abbastanza verdi (meno sono mature e minore sarà la resa, meno acidità avrà il prodotto finale e più probabilità si avrà di anticipare l’attacco della mosca olearia), vanno manipolate poco, devono essere stoccate in cassette forate (meno si riempiono e meno peso dovranno sopportare quelle sul fondo), trasportate senza travasarle in casse più grandi e molite nel più breve tempo possibile.

I nemici principali dell’olio sono aria (ossigeno) luce (fotosintesi) e temperatura quindi: la lavorazione deve avvenire a meno di 27 gradi centigradi e il prodotto deve subire meno stress possibile.

Possono capitare errori e problemi in fase di lavorazione in frantoio: le olive sane appena raccolte sono sempre ottime e devono essere lavorate con macchinari ben curati, ma accade che mano mano che la stagione avanza, la raccolta si intensifichi, i tempi stringano, (il lavoro è a ciclo continuo 24 ore su 24) i frantoi si intasino, le olive (che più avanza la stagione e meno sono sane e perfette) inizino a fermentare, che nelle macchine prima delle tue olive sane sia stata lavorata una partita fermentata che abbia lasciato residui che vanno a contaminare il tuo olio.
Ecco perché è così importante seguire di persona tutto il processo o rivolgersi ad un frantoio di assoluta fiducia.

Lo stoccaggio va fatto in contenitori di acciaio inox, a temperatura controllata, l’olio deve essere imbottigliato in bottiglie scure e sigillate, deve riposare dopo un trasporto. Accade che un buon olio si rovini durante la conservazione per mancanza di cura (pensate alla grossa distribuzione che stocca in capannoni assolati i prodotti prima della esposizione).

Ora cerchiamo di chiarire alcuni termini che vengono comunemente usati:

ACIDITA’ indica la presenza di acidi grassi liberi, più è alta e peggio è.
Nell’olio extravergine deve essere inferiore allo 0,8%, e mediamente un olio ottenuto da olive sane e fresche è ben al di sotto di questa cifra (abbiamo in questi anni ottenuto olio con una percentuale di acidità che andava dallo 0,1 allo 0,4).
Ma quello che forse non tutti sanno è che l’acidità dell’olio non è percepibile dal palato, naso e bocca non possono accorgersi degli acidi grassi liberi.
Il frantoio prima di consegnare l’olio esegue sempre una semplice analisi chimica.

AMARO E PICCANTE sono sapori essenziali, indicano la carica dei valori nutrizionali (polifenoli antiossidanti) e caratterizzano l’identità di un prodotto.
Amaro e piccante dipendono dalle diverse qualità delle olive, dal grado di maturazione della drupa: più verde è l’oliva e più intensi saranno i due sapori.
E’ l’equilibrio fra questi due sapori, accompagnati dal profumo fruttato, che crea l’armonia del gusto.

BLEND o MONOCULTIVAR queste sono scuole di pensiero, abbiamo assaggiato oli meravigliosi sia realizzati con una sola qualità di olive, che con miscele di diverse varietà di olive.

COLORE non è affatto indicativo di qualità, tanto che i bicchierini professionali per gli assaggi sono blu proprio per annullare il condizionamento psicologico che deriva da un colore accattivante.
Attenzione perché un bel verde vivo per esempio potrebbe derivare dall’aggiunta di clorofilla o di foglie in fase di molitura.
Il colore a livello di percezioni olfattive e tattili non ha alcuna influenza.

DENOCCIOLATO molto di moda soprattutto nel mercato estero, vi sono diverse opinioni. Secondo alcuni gli enzimi contenuti nel seme (nocciolo) conferiscono all’olio una maggiore predisposizione ad irrancidire, secondo altri questo si riscontra solo in alcune varietà di olive.
Per contro i frammenti del nocciolo, quando è franto con le olive, aiuta la separazione delle gocce di acqua da quelle di olio, aumentando di conseguenza la resa.
Non è comunque una tecnica nuova, già gli antichi romani denocciolavano le olive prima della molitura e quello che ne usciva era l’olio per l’imperatore.

DIFETTI non sono l’amaro e il piccante, ma: l’avvinato che provoca un odore che ricorda l’aceto o il vino aperto da troppo tempo (frutto della fermentazione che fanno le olive durante lo stoccaggio o quando la stagione è troppo calda e le temperature esterne troppo alte), il riscaldo che dà come un sentore fastidioso di formaggio (causato da batteri lattici e butirrici), la morchia (deriva dal deposito di scorie e impurità durante lo stoccaggio), il rancido (difetto legato all’invecchiamento e all’azione di aria e luce) e la mosca olearia che conferisce un sapore dolciastro simile alla carruba.

SCADENZA in teoria l’olio ben conservato non scade mai, ma mia suocera dice: “vino vecchio e olio nuovo”……

PREZZO nota dolente, ma sicuramente l’olio di qualità non può costare in un negozio al dettaglio meno di 7/8 euro il litro. Si calcola che il costo medio di produzione di un chilo di olio in Italia è di 5/6 euro, sicuramente un pò meno per i produttori più grandi, ma di certo olio che costa meno, come quello dei supermercati, non può essere di qualità o avere origine italiana.

Consiglio di andare a recuperare una vecchia puntata di REPORT dedicata alle sofisticazioni e alle frodi riguardo alla produzione di olio di oliva.

Monica

SE VUOI VENIRE IN SALENTO E SAPERNE DI PIU’ SAREMO FELICI DI INDICARTI I FRANTOI E I PRODUTTORI PIU’ DISPONIBILI

LA RACCOLTA DELLE OLIVE IN SALENTO

Scritto il | 18 ottobre, 2012 | 1 Commento

PRIMA PARTE.

  La prima volta è stata una quindicina di anni fa, con mia suocera facemmo la raccolta delle olive alla maniera antica: si stendevano le reti sotto gli alberi, si fermavano con delle pietre perché il vento non le spostasse, si aspettava che una volta mature cadessero da sole.
Periodicamente si passava, si toglievano i sassi, si prendevano le reti e si versava il contenuto nelle casse, si riposizionavano le reti sotto l’albero e si rimettevano i sassi, per raccogliere quelle che cadevano successivamente.
Non ricordo quanti alberi facevamo in un giorno, quello che ricordo però è che una volta finito il giro, si ricominciava da capo, all’infinito da fine ottobre a tutto marzo; la stagione era molto piovosa, erba e acetosella crescevano tra le maglie della rete a vista d’occhio e ogni volta che si doveva sollevare la rete per svuotarla bisognava tirare per strapparle, quindi poi bisognava togliere l’erba strappata prima di versare le olive nelle casse, si sguazzava nel fango e anche le olive ne erano piene.
Una fatica pazzesca che mi ha fruttato una gran fama in paese, passavo dal bar del Corso a bere una birretta prima di tornare a casa, unica donna in quel bar, con i vestiti sporchi e gli stivali infangati, si diceva di me che ero gran lavoratrice, “strano per una del nord!”
Alla sera per mezzo di un attrezzo apposito, come un grande setaccio, le olive venivano separate dalle foglie, dai sassolini e dalle impurità e le casse rimanevano accatastate per molti giorni prima di essere portate al frantoio, dove aspettavano ancora altri giorni che venisse il loro turno per essere molite.
Che dire dell’olio che ne usciva……

Un paio di anni dopo abbiamo comprato un buffo aggeggio, uno scuotitore, una specie di manina di plastica attaccata ad un lungo e pesante braccio con la quale si agitavano le fronde per staccare le olive facendole cadere sulle reti sottostanti e in questo modo raccogliere in una sola volta tutti i frutti di un albero.
Gli alberi più piccoli invece si “spuracavano” a mano, salendo sui rami alti con le scale. Questo era molto divertente, era bello passare le mattine di sole tiepido all’inizio di novembre in cima ad un albero, anche se per far cadere le olive si devono muovere le mani come per “mungere” i rami e a volte ci si faceva male.
Le olive raccolte in questo modo erano più sane e soprattutto rimanevano nelle casse in attesa di andare al frantoio solo pochi giorni e io cominciai a seguire la molitura per essere sicura che venisse fatta subito senza fare aspettare le olive ulteriormente.
L’olio cominciava ad essere più buono, lo mandavamo agli amici in giro per l’Italia con grande orgoglio.

Mano mano che passava il tempo abbiamo imparato molte cose, letto studiato e sperimentato.

  Ora ci affidiamo ad un frantoio di fiducia, al mattino del giorno stabilito vengono alcune persone con una macchina apposita, scuotono con grande efficacia le fronde, fanno cadere le olive che immediatamente vengono pulite, per le due del pomeriggio la quantità raccolta è tale che si può andare direttamente al frantoio, dove vengono lavorate subito. Entro le nove di sera abbiamo il nostro splendido olio a casa ed è una festa davanti al caminetto: pane arrostito con l’olio nuovo, poche cose sono così buone..

Monica

NOTTE DELLA TARANTA, CONCERTONE FINALE 25 AGOSTO

Scritto il | 2 agosto, 2012 | Nessun commento

Il 25 agosto,  il Convento degli Agostiniani a Melpignano, farà da sfondo per La Notte della Taranta  XV edizione, il più grande festival europeo dedicato alla musica tradizionale. Un evento unico che attira ogni anno oltre 400.000 spettattori, fra il Festival itinerante che si articola fra i paesi della Grecìa Salentina e il Concertone Finale.

Già dalla seconda settimana di Agosto fino alla fine del mese le note della pizzica illumineranno le notti del Salento. Come ogni anno, grazie alla Fondazione La Notte della Taranta, prenderà vita, quest’anno per la 15 edizione, un festival che ormai si configura come uno dei principali fattori della rinascita culturale e turistica della Puglia. Il festival prenderà il via nella seconda settima di agosto con il Festival itinerante e si concluderà con il Concertone di Melpignano sabato 25 agosto.

Un progetto artistico originale, che si rinnova di anno in anno, grazie anche ai Maestri Concertatori che negli anni hanno dato il loro contributo unico. Da Stewart Copeland, batterista dei Police e oggi vero e proprio ambasciatore della Taranta nel mondo ad Ambrogio Sparagna, con cui è nata l’Orchestra Popolare “La Notte della Taranta”, passando per le esperienze straordinarie firmate da Joe Zawinul, Vittorio Costa e Mauro Pagani e più recentemente con le straordinarie performance del Maestro Ludovico Einaudi.

Il 25 Agosto 2012 il maestro Goran Bregovic dirigerà l’Orchestra della Notte delle Taranta sul palco di Melpignano, dando vita ad un progetto musicale originale, in cui le musiche delle due sponde dell’Adriatico si mescoleranno.
Ancora una volta “La Notte della Taranta”, il più grande festival musicale dedicato al recupero e alla valorizzazione della pizzica salentina, sarà un importante luogo d’incontro di popoli e culture

ANIMALI DEL SALENTO: LA CIVETTA O “CUCCUVASCIO”

Scritto il | 2 agosto, 2012 | Nessun commento

Civetta, vanitosa, che attrae gli ammiratori con vezzi e leziosità: questo modo di dire deriva dal fatto che questo grazioso rapace, così comune anche in Salento, veniva usato dai cacciatori come richiamo per attirare i piccoli passeriformi attraverso un gentile modo di battere le ali, inchini e ammiccamenti che costituiscono un irresistibile spettacolo per le prede.

In  Salento è un uccello molto comune che vive volentieri nelle vicinanze degli abitati civili dove c’è presenza umana, sulle torri, le arcate dei portici e nelle soffitte ma ama gli ambienti più disparati, dalle vecchie querce in aperta campagna ai frutteti.

 

La civetta (Athena noctua) generalmente non supera i 22 cm di lunghezza, con un’apertura alare di circa 50/60 cm. E’ carina, con la testa appiattita e i dischi facciali abbastanza evidenti con il fondo biancastro. Gli occhi gialli, le piume superiormente di colore bruno macchiato di bianco, inferiormente di colore bianco a strie brune.
La femmina è leggermente più grande del maschio
Le sue brevi ali le permettono di volare rapidamente ma solo in linea retta, quando si posa si rannicchia ma si drizza subito se disturbata.   
E’ un uccello allegro e spigliato anche di giorno, non teme l’uomo e non dorme mai così profondamente da lasciarsi sorprendere, il minimo rumore la sveglia, e vede benissimo anche di giorno.

La civetta è carnivora, l’alba e il tramonto sono le sue ore preferite e si nutre di topi, uccellini, rettili, anfibi, pipistrelli e grossi insetti. Appena scorge uno di questi animali, gli piomba addosso quasi ad ali chiuse, lo afferra per una zampa, e poi torna al luogo da cui è partita. Poi, con la preda tra gli artigli, rimane tranquilla per qualche tempo prima di ucciderla con due o tre beccate.
Come tutti gli Strigiformi è capace di ingoiare le prede intere, salvo poi rigurgitare, sotto forma di Borra, le parti indigeribili (peli, piume, denti, ossa, guscio cheratinizzato degli insetti).
La riproduzione avviene tra aprile e maggio, le uova sono deposte nelle fessure delle rocce e degli alberi, sotto i mucchi di pietra, in tane di conigli e nelle mura degli edifici in abbandono.

La covata conta da 4 a 7 uova bianche e tondeggianti, che vengono incubate per 28 giorni dalla femmina che non si allontana quasi mai dal nido, eccetto che per andare a caccia, anche se in genere è il maschio che procura il cibo. I giovani divengono indipendenti dopo 65-80 giorni di cure parentali.

Il loro verso è caratteristico e in dialetto salentino sono chiamate con un termine decisamente onomatopeico: cucuvascio

 

La tradizione popolare considera la civetta un animale che porta sfortuna, e molti si augurano che non si metta a cantare sopra il proprio tetto. Nell’antica Grecia invece, la civetta era considerata sacra per la dea Athena (da qui il nome del genere, quello della specie riporta il nome latino dell’uccello), dea della sapienza ed ancora oggi è raffigurata in molti portafortuna.

Mostre in Salento: a Gagliano del Capo MEDITERRANEO, INCONTRI O CONFLITTI

Scritto il | 22 luglio, 2012 | Nessun commento

 

C’è una mostra d’arte contemporanea, giunta ormai alla sua terza edizione, che si fa eco di uno dei più pressanti ed attuali interrogativi che ruotano intorno al Mare Nostrum. Si chiama “Mediterraneo: incontri o conflitti?” e si propone di sollecitare la riflessione sulle ataviche questioni di pacifica convivenza tra diverse culture  nel bacino mediterraneo. 7 gli artisti internazionali provenienti dall’area geopolitica interessata.

Un’esposizione che aprirà i battenti il 28 luglio a Gagliano del Capo, provincia di Lecce, in piena costa salentina negli ambienti decadenti e ricchi di fascino di Palazzo Gargasole.

Un’occasione per approfondire le complesse dinamiche della zona attraverso un’apposita tavola rotonda, organizzata presso il Castello di Acaya (Vernole) nel medesimo giorno dell’inaugurazione a partire dal mattino. Prenderanno parte all’incontro Michelangelo Pistoletto, Fulco Pratesi, Stefano Bartezzaghi, Monica Maggioni, Edoardo Winspeare, il Sottosegretario Staffan De Mistura, l’ambasciatore Ettore Sequi, l’economista Elena Carletti, gli artisti Rossella Biscotti, Pascal Hachem, Adrian Paci.

A Gagliano Sculture e video, di Rossella Biscotti, Kader Attia, Sisley Xhafa, Ahmet Ogut, Pascal Hachem , Adrian Paci, Moataz Nasr, scelti per documentare il disagio e le aspettative  in questa delicata fase storica e per immaginare una possibile rinascita consapevole.

Il tavolo Love Difference resterà al Castello di Acaya per tutto il periodo

Palazzo Gargasole a Gagliano del Capo dal 28 luglio al 26 agosto 2012 (ingresso libero tutti i giorni h.20/ 24 )

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